DOMESTICO O ADDOMESTICATO?

Tra i vari luoghi comuni sul gatto mi capita spesso di imbattermi in quello di credere che sia una specie domestica.

Rispetto i cani, che sembra siano in parte coevoluti con l’uomo, i gatti hanno una gamma molto ristretta di variazioni in termini di genetica e comportamento rispetto al suo antenato.

Ma andiamo per gradi: Chi è l’ ”antenato” del nostro gatto di casa?

La storia evolutiva della Famiglia Felidae è sempre stata poco chiara a causa di tracce fossili scarse e soprattutto difficili da classificare principalmente a causa del frequente incrocio tra le varie sottospecie selvatiche.
Lo studio del genoma, grazie alle ricerche dell’equipe del Dr Driscoll, ha distinto cinque sottospecie di gatto selvatico dalla specie Felis Silvestris: Felis Silvestris Silvestris, F. S. Lyica, F. S. Ornata, F. S. Cafra, F. S. Bieti.
Tra queste solo la Felis Silvestris Lybica ha intrapreso una sorta di domesticazione circa 10.000 anni fa in Medio Oriente.

La selezione artificiale lo sappiamo, è la selezione di vantaggiose variazioni naturali per fini umani.
Molti animali domestici hanno la loro origine in uno dei pochi centri di domesticazione storica umana: la fattoria. Due eccezioni degne di nota in questo senso sono proprio cane e gatto.

Tralasciando la domesticazione del cane che fu iniziata nel Mesolitico quando l’uomo era cacciatore-nomade, i primi gatti si auto addomesticarono (eh già perché proprio di questo si tratta) attraverso una selezione naturale.

Alcune ricerche hanno ipotizzato che il gatto venne attratto dalla presenza di roditori nell’avvicinarsi all’uomo e legare un rapporto; ma dobbiamo anche pensare che con l’insediarsi dell’uomo e nel creare piccoli villaggi, i cumuli di spazzatura erano probabilmente altrettanto attraenti, fornendo raccolte di cibo per tutto l’anno per quei felini abbastanza curiosi e sicuri di sé da cercarli. Entrambe queste fonti alimentari avrebbero incoraggiato alcuni gatti selvatici ad adattarsi a “vivere” con le persone.
Nel gergo della biologia evolutiva quindi, la selezione naturale favorì quei gatti selvatici in grado di convivere con gli umani e quindi di ottenere l’accesso alla spazzatura e ai topi.

Nel corso del tempo poi, i gatti selvatici più tolleranti nel vivere in ambienti dominati dall’uomo cominciarono a proliferare nei dintorni dei villaggi.

Considerando che le loro piccole dimensioni proferivano poco danno, probabilmente alla gente non importò la loro presenza, tanto da averli addirittura incoraggiati a restare “distribuendogli” del cibo, come topolini.

Una seconda logica di addomesticamento ipotizza che i cuccioli dei gatti selvatici più “socievoli” fossero semplicemente in possesso di caratteristiche utili allo sviluppo di una relazione con le persone. In particolare, i cuccioli avevano (e tuttora hanno) caratteristiche tali da promuovere un senso di premura e attenzione nei loro riguardi come occhi grandi e tondi, un forma della testa paffuta, una fronte alta e rotonda, tutte caratteristiche note per suscitare protezione da parte degli umani. Con ogni probabilità, quindi, alcune persone portarono in casa dei gattini (delle famiglie più docili e curiose) semplicemente perché li trovavano adorabili, dando così ai gatti un punto d’appoggio singolare al focolare umano.

La selezione naturale in questa nuova visione sarebbe stata fomentata principalmente per la docilità quindi, sebbene la competizione tra i gatti per il territorio e le risorse continuò a influenzarne l’evoluzione e limitarne la flessibilità.

Per quanto riguarda la dinamica di addomesticamento e diffusione del gatto in tutto il mondo, trova le sue radici tra le altre nell’amore nutrito dagli egiziani: circa 2.900 anni fa il gatto divenne la divinità ufficiale dell’Egitto nella forma della dea Bastet. L’enorme numero di mummie di gatti indica che gli egiziani non accoglievano soltanto le popolazioni selvatiche, ma, per la prima volta nella storia, allevavano attivamente la specie.

Da qui poi i gatti si diffusero lungo rotte commerciali consolidate tra la Grecia e Roma e l’Estremo Oriente, raggiungendo la Cina attraverso la Mesopotamia e arrivando in India via terra e mare.
Quanto a quando i gatti proto “domestici” hanno raggiunto le Americhe, si sa poco. Sembrerebbe che Cristoforo Colombo e altri marinai del suo tempo trasportavano gatti con loro durante i viaggi transatlantici per controllare le provviste da topi e parassiti, e portare fortuna. Il modo in cui i gatti domestici arrivano in Australia è ancora più oscuro, anche se le recenti analisi del DNA affermano che i gatti australiani sono di tipo europeo (piuttosto che orientale) e probabilmente arrivarono con esploratori europei nel 1600.

Infine le attuali “razze” non hanno avuto inizio fino a tempi relativamente recenti: la classificazione in razze moderna si è sviluppata intorno al diciannovesimo secolo.
Nel 1871 le prime “razze” di gatti furono esposte in una sfilata tenutasi al Crystal Palace di Londra. Oggi la Cat Fancier’s Association e l’International Cat Association riconoscono circa 60 razze di gatti domestici.

Un altro punto su cui riflettere riguarda proprio la definizione di razze per classificare le diversità morfologiche presenti oggi: solo una dozzina di geni sembrerebbe spiegare le differenze tra il colore del mantello, la lunghezza e la consistenza della pelliccia, così come altre caratteristiche più sottili tra queste razze.
In termini zootecnici si denomina “razza” (in quanto non identificante un’unità o categoria tassonomica, ma un gruppo animale creato artificialmente e appartenente agli animali addomesticati dall’uomo) un gruppo di individui della stessa specie che presentano un complesso di caratteri morfologici e fisiologici comuni o simili, trasmissibili per ereditarietà. Alla base delle razze feline vi sono, ovviamente, processi di selezione artificiale che differenziano però solamente per una singola mutazione: si ipotizza che i felini mostrino molta meno varietà perché, a differenza dei cani, che sono stati allevati dalla preistoria per compiti come la guardia, la caccia e la pastorizia, i primi gatti non furono sottoposti a pressioni altamente selettive: per entrare nelle nostre case, ma dovevano solo evolvere verso una predisposizione favorevole alle persone.

In termini rigorosamente scientifici quindi molti esperti ipotizzano come non esattamente corretto chiamare “razze” quelle concernenti il gatto poiché geneticamente troppo vicine.


Il nostro gatto di casa è oggi il felino con il più vasto areale nel mondo e con la popolazione più numerosa della famiglia dei felidi.

Presenta una morfologia e un’etologia molto simili a quella del gatto selvatico africano (F. S. Lybica), aldilà di alcune minime modifiche scheletriche e comportamentali.

Si tratta di un animale addomesticato (singolo individuo o gruppo familiare divenuto docile rispetto l’uomo – la specie di appartenenza rimane selvatica e geneticamente stabile) piuttosto che domestico (selezione artificiale che porta l’intera specie ad acquisire aspetto e comportamento tali da differire dai progenitori selvatici, differenze utili all’adattamento all’ambiente e all’uomo prodotte nel corso di generazioni).
E’ una specie tuttora in evoluzione: l’isolamento tipico della specie e la migrazione per creare nuovi territori, quale comportamento innato di questo felino, uniti al bisogno di seguire le prede di specie migratorie ha portato alla dispersione ad ogni nuova generazione ampliando i territori nativi.

Il processo di addomesticamento del gatto infatti non si ritiene ancora completo e forse potrebbe non completarsi mai.

Una delle spiegazioni più semplici proviene dal fatto che l’uomo continua a sterilizzare (e quindi a bloccare la “metamorfosi” genetica) quei gatti maggiormente socializzati per la paura di perderli e soprattutto come ovvia conseguenza del fatto di aver cercato di renderli il più possibile socievoli.
Sterilizzando i più socievoli e non avvicinandosi invece a quelli ferali e selvatici, l’uomo promuove la preservazione del genoma selvatico rispetto a quello domestico, proprio perché la gatta ferale insegnerà ai propri eredi la paura verso l’uomo, nonché l’attitudine alla vita solitaria.

E’ possibile notare una maggiore domesticazione solo nei gatti di razza, controllati sotto il profilo genetico, comportamentale e morfologico attraverso la selezione.

Tuttavia anche lo stesso etogramma felino porta il gatto, rispetto per esempio al cane, ad essere più diffidente e indipendente. Si pensi per esempio alla differenza di struttura sociale del gatto rispetto a quella familiare-gerarchica del cane e del suo antenato.

Riassumendo: la differenza tra i due processi (domesticazione e addomesticamento), nonostante l’addomesticamento sia un passaggio obbligato verso la domesticazione, prevede che un animale addomesticato rimanga sempre un animale “selvatico” che, prelevato dal suo ambiente naturale, ha appreso attraverso l’esperienza ad identificare l’uomo come una fonte di cibo e protezione nonché di relazione e amore, anziché come una minaccia.

Le uniche differenze tra i nostri gatti di casa e i loro antenati (il gatto selvatico progenitore del gatto di casa è presente in Italia ed è interfertile con questo) è la capacità di formare colonie (matriarcali) in contesti dove risorse e territorio lo permettono, modifiche nell’assetto ormonale (dovute in parte anche all’alimentazione), una maggiore evidenza di tratti neotenici (caratteri somatici e comportamentali tipici del cucciolo), e una maggiore prolificità (la possibilità di risorse continuamente disponibili ha promosso nella generazione di gatti che vivono le nostre comunità un maggior numero di calori all’anno e cuccioli).

Dopo questo pippone cari amici lasciatemi mettere la ciliegina sulla torta ricordandovi come anche da questi argomenti è facile notare e comprendere quanto i nostri animali, soprattutto il gatto, non “siano fatti” per alimentarsi e vivere secondo parametri e stili di vita preconfezionati per gli umani o per la loro utilità, ma hanno bisogno di essere rispettati, non solo come esseri viventi senzienti, ma proprio nella fisiologia della loro specie ed evoluzione, se vogliamo veramente amarli e vederli in salute.


E poi… vi lascio con uno spunto… è giusto parlare sempre in termini di domesticazione (uguale dominanza) quando ci interfacciamo con un’altra specie? Ci è davvero così utile pensare di essere sempre i numeri uno sulla terra, coloro che si permettono di “fare il bello e il cattivo tempo” con tutto e tutti?

A presto amici
Al prossimo articolo
Non mancate!
Stella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *